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Cyberbullismo: quando la violenza passa attraverso uno schermo

Partiamo da una delle situazioni molto frequenti. Come ad esempio un messaggio offensivo nel gruppo della classe, o una fotografia imbarazzante pubbli

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Partiamo da una delle situazioni molto frequenti. Come ad esempio un messaggio offensivo nel gruppo della classe, o una fotografia imbarazzante pubblicata senza permesso. Oppure un profilo falso creato per prendere in giro qualcuno, o una voce inventata che comincia a circolare in chat, viene condivisa, commentata e magari trasformata in un meme.

A volte tutto può iniziare con qualcosa che, per chi lo fa, sembra soltanto uno scherzo, uno gioco.

Per chi si trova dall’altra parte dello schermo, però, quello scherzo può diventare qualcosa da cui è difficile allontanarsi. Il telefono è sempre lì. I compagni continuano a vedere. Il contenuto può essere copiato e ricondiviso. Anche quando si torna a casa e si chiude la porta della propria stanza, ciò che sta accadendo online può continuare.

È una delle caratteristiche che rendono il cyberbullismo particolarmente insidioso. La tecnologia non crea necessariamente la volontà di umiliare o ferire qualcuno, ma può amplificarne enormemente la portata.

E proprio per questo il cyberbullismo non riguarda soltanto chi aggredisce e chi viene preso di mira. Riguarda anche chi osserva, condivide, mette un like, ride, resta in silenzio oppure decide di intervenire.

Che cos’è il cyberbullismoCon cyberbullismo si indicano comportamenti aggressivi, offensivi, umilianti o persecutori realizzati attraverso strumenti digitali. Possono avvenire sui social network, nelle chat, attraverso le piattaforme di messaggistica, nei videogiochi online, nei forum o in qualsiasi altro spazio digitale.

Può manifestarsi in molti modi. Diffondere informazioni false su qualcuno, inviare ripetutamente messaggi offensivi o minacciosi, pubblicare fotografie o video con l’obiettivo di umiliare, creare falsi profili, fingersi un’altra persona oppure diffondere contenuti privati senza consenso sono solo alcuni esempi.

La normativa italiana dedica una tutela specifica ai minorenni. La legge 71 del 2017 definisce il cyberbullismo in maniera piuttosto ampia, comprendendo pressioni, aggressioni, molestie, ricatti, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, manipolazione o trattamento illecito di dati personali realizzati per via telematica a danno di minori. La disciplina è stata successivamente ampliata dalla legge 70 del 2024, che ha rafforzato il sistema di prevenzione e contrasto sia del bullismo sia del cyberbullismo.

Questo non significa, però, che qualsiasi discussione online possa essere automaticamente definita cyberbullismo.

Un litigio tra due ragazzi, un commento sgradevole o una singola discussione accesa possono essere comportamenti sbagliati senza necessariamente costituire una dinamica di bullismo. Nella descrizione educativa e psicologica del fenomeno viene normalmente sottolineata la presenza di comportamenti che si ripetono e mirano a intimidire, umiliare o mettere in difficoltà la persona presa di mira.

Nel mondo digitale, però, il concetto di ripetizione diventa più complicato.

Una persona potrebbe pubblicare una fotografia offensiva una sola volta. Se quella fotografia viene vista da centinaia di persone, ricondivisa in diversi gruppi e continuamente commentata, l’umiliazione può ripetersi anche senza che l’autore originale faccia altro. L’Istituto Superiore di Sanità sottolinea proprio questo aspetto: nel contesto digitale anche un singolo atto può produrre conseguenze ripetute quando il contenuto continua a circolare o rimane accessibile nel tempo.

Perché online può fare così maleIl bullismo non nasce con Internet. La rete, però, modifica alcune delle condizioni nelle quali l’aggressione avviene. Nel bullismo tradizionale può esistere almeno una separazione fisica. Si esce da scuola, si torna a casa, ci si allontana dal gruppo. Con uno smartphone in tasca quella distanza può scomparire.

Un messaggio può arrivare la sera, durante il fine settimana o mentre si è nella propria camera. Una fotografia può essere condivisa mentre si dorme. La mattina successiva possono averla già vista decine o centinaia di persone.

A questo si aggiunge la difficoltà di controllare ciò che viene pubblicato. Cancellare il contenuto originale non significa necessariamente cancellarne tutte le copie. Qualcuno potrebbe aver fatto uno screenshot, salvato un video o inoltrato un messaggio altrove.

C’è poi un altro elemento che spesso passa inosservato. Quando comunichiamo attraverso uno schermo non vediamo necessariamente la reazione della persona che abbiamo davanti. Non vediamo immediatamente il suo disagio, il suo imbarazzo o la sua paura.

Questo, purtroppo, può rendere più facile dimenticare che dall’altra parte non c’è un account, ma una persona.

Le conseguenze non rimangono dentro lo smartphoneDire che qualcosa avviene “solo online” può essere profondamente fuorviante. La vita digitale è ormai parte della vita reale, soprattutto durante l’adolescenza. Relazioni, amicizie, appartenenza al gruppo e reputazione passano anche attraverso gli spazi digitali. Per questo le conseguenze possono uscire rapidamente dallo schermo.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, chi subisce cyberbullismo può sperimentare vergogna, paura, isolamento, difficoltà nel sonno, calo del rendimento scolastico e perdita di fiducia nelle relazioni. Le ricerche indicano inoltre associazioni con ansia, sintomi depressivi, stress e, nei casi più gravi, comportamenti autolesivi. UNICEF richiama conseguenze che possono manifestarsi sul piano emotivo, psicologico e persino fisico, come stanchezza, mal di testa o disturbi gastrointestinali.

Questo non significa che ogni persona reagirà nello stesso modo. La risposta dipende dalla durata degli episodi, dalla loro gravità, dalla rete sociale della persona coinvolta, dalle risorse personali e da molti altri fattori. Sarebbe quindi sbagliato costruire un rapporto automatico tra cyberbullismo e una determinata conseguenza psicologica.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato minimizzarlo.

Una frase come “basta spegnere il telefono” rischia di non cogliere il problema. Spegnere uno schermo non cancella ciò che altre persone stanno leggendo, guardando o condividendo.

Non ci sono soltanto una vittima e un bulloQuando immaginiamo una situazione di bullismo pensiamo facilmente a due figure. Da una parte chi aggredisce, dall’altra chi subisce. Ma molto spesso intorno a loro c’è un gruppo.

Qualcuno vede il messaggio, qualcuno riceve la fotografia e qualcun altro legge i commenti. Alcuni ridono, altri condividono, altri ancora non partecipano ma continuano ad assistere.

Ed è proprio qui che il ruolo degli spettatori diventa fondamentale.

In un gruppo online, mettere un like a un contenuto umiliante, inoltrarlo oppure aggiungere un’altra battuta può aumentare la sua diffusione e rafforzare la sensazione che tutti siano contro la persona presa di mira.

L’Istituto Superiore di Sanità richiama espressamente il ruolo degli spettatori e sottolinea come commenti, condivisioni o reazioni possano contribuire ad amplificare la vittimizzazione. Per questo la prevenzione non dovrebbe concentrarsi soltanto sull’autore e sulla vittima, ma coinvolgere il gruppo dei pari e sviluppare una maggiore responsabilità digitale.

Naturalmente non possiamo pretendere che un ragazzo affronti da solo un gruppo aggressivo mettendo a rischio anche se stesso. Intervenire non significa necessariamente iniziare uno scontro pubblico.

A volte può significare non condividere. Non ridere. Segnalare un contenuto. Scrivere privatamente alla persona che lo sta subendo. Parlarne con un adulto. Coinvolgere un insegnante.

Sono gesti apparentemente piccoli, ma possono spezzare un meccanismo nel quale il consenso del pubblico diventa parte dell’aggressione.

Cosa fare quando succedeLa prima reazione può essere quella di rispondere immediatamente, magari con la stessa aggressività. È comprensibile, ma spesso non è la soluzione migliore.

Se stiamo subendo cyberbullismo, o ci accorgiamo che sta succedendo a qualcuno vicino a noi, alcune azioni possono essere particolarmente utili.

Non restare soli. Parlarne con una persona di fiducia è uno dei primi passi. Per un ragazzo può essere un genitore, un familiare, un insegnante, il referente scolastico o un altro adulto affidabile. Chiedere aiuto non significa essere incapaci di difendersi.

Conservare le prove. Prima di cancellare messaggi o conversazioni può essere utile conservare screenshot, username, date, collegamenti alle pagine e altri elementi che permettano di documentare ciò che è avvenuto. Anche la normativa sulla rimozione dei contenuti fa riferimento alla possibilità di identificare precisamente il materiale online, ad esempio attraverso il relativo URL.

Non alimentare lo scontro. Rispondere impulsivamente può aggravare la situazione o produrre nuovi contenuti destinati a circolare. Questo non significa subire passivamente, ma scegliere strumenti più efficaci per interrompere la dinamica. Anche l’ISS consiglia di non reagire impulsivamente e di conservare le prove.

Bloccare e segnalare gli account coinvolti. Le principali piattaforme dispongono di strumenti per segnalare molestie, minacce, impersonificazione o altri comportamenti contrari alle proprie regole.

Coinvolgere la scuola quando sono coinvolti studenti. Oggi gli istituti scolastici devono adottare un codice interno per la prevenzione e il contrasto del bullismo e del cyberbullismo, istituire un tavolo permanente di monitoraggio e individuare un docente referente. Quando viene a conoscenza di episodi che coinvolgono studenti dell’istituto, il dirigente scolastico deve applicare le procedure previste e informare tempestivamente i genitori dei minori coinvolti. Nei casi più gravi o reiterati possono essere coinvolte le autorità competenti.

Chiedere la rimozione dei contenuti. La legge italiana prevede una tutela specifica per i minorenni. Dai 14 anni il minore stesso, oppure chi esercita la responsabilità genitoriale, può chiedere al gestore del sito, del social network o al titolare del trattamento l’oscuramento, la rimozione o il blocco dei dati personali diffusi online. Se il soggetto interessato non comunica entro 24 ore di aver preso in carico la richiesta e non interviene entro 48 ore, oppure se non è possibile identificarlo, è possibile rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali.

Nei casi di particolare gravità che coinvolgono bambini o adolescenti è inoltre disponibile il 114 – Emergenza Infanzia, servizio pubblico nazionale attivo 24 ore su 24. Dopo il potenziamento previsto dal decreto legislativo 99 del 2025, il servizio offre anche assistenza per situazioni di bullismo e cyberbullismo, con supporto psicologico, giuridico e psicopedagogico e, quando necessario, il coinvolgimento degli organismi competenti. È possibile contattarlo telefonicamente, tramite chat, WhatsApp o attraverso l’app dedicata.

Se non riguarda noi, ci riguarda comunqueC’è una domanda che vale la pena farsi. Che cosa possiamo fare se non siamo noi la vittima? Molto più di quanto potrebbe sembrare.

Possiamo evitare di trasformare l’umiliazione di qualcuno in intrattenimento, e non inoltrare quella foto “perché tanto ormai gira”. Possiamo rifiutarci di entrare in un gruppo creato per prendere di mira una persona, e segnalare un contenuto offensivo anche quando non parla di noi.

E soprattutto possiamo far sapere alla persona coinvolta che non è sola.

Un semplice messaggio privato può avere un significato enorme quando qualcuno ha la sensazione che un’intera classe, una squadra, una scuola o una comunità online gli si sia rivoltata contro.

Anche gli adulti hanno una grande responsabilità.

Educare alla vita digitale non può significare soltanto spiegare come creare una password sicura o quanto tempo trascorrere davanti allo smartphone. Significa parlare di consenso, rispetto, responsabilità, privacy e conseguenze delle proprie azioni.

Una fotografia non diventa meno privata solo perché è facile inoltrarla. Una battuta non diventa innocua solo perché riceve cento like. Una persona non smette di soffrire soltanto perché ciò che le sta accadendo avviene attraverso uno schermo.

La stessa normativa italiana ha progressivamente spostato l’attenzione verso una responsabilità collettiva. La prevenzione riguarda le scuole, le famiglie, gli enti educativi, le associazioni sportive e le altre realtà frequentate dai minori, con un approccio che privilegia formazione, educazione e tutela.

Dall’essere spettatori all’essere comunitàIl cyberbullismo non si combatte soltanto insegnando alle vittime come difendersi.

Naturalmente servono strumenti di protezione, procedure efficaci e la possibilità di rimuovere rapidamente un contenuto. Ma intervenire quando il danno è già avvenuto non può essere l’unico obiettivo.

Serve anche costruire ambienti nei quali umiliare qualcuno non faccia guadagnare attenzione, popolarità o approvazione. E qui entra in gioco ognuno di noi.

Ogni condivisione può aumentare la portata di un contenuto. Ogni commento può rafforzare una dinamica. Ma vale anche il contrario. Ogni persona che decide di non partecipare, di segnalare, di chiedere aiuto o semplicemente di avvicinarsi a chi è rimasto isolato può contribuire a interromperla.

Internet non è un mondo separato dal nostro, è uno degli spazi nei quali viviamo.

E proprio come avviene fuori dalla rete, anche online il tipo di comunità che costruiamo dipende, almeno in parte, da ciò che scegliamo di accettare, da ciò che decidiamo di ignorare e da ciò davanti a cui scegliamo invece di non voltarci dall’altra parte.

Fonti e ApprofondimentiNormattiva – Legge 71/2017 | Legge 70/2024

Gazzetta Ufficiale – Decreto legislativo 99/2025

Garante per la protezione dei dati personali – Cyberbullismo

Istituto Superiore di Sanità – Cyberbullismo: Perché le ferite online sono reali | Benessere in Rete, informazioni sul cyberbullismo

Ministero dell’Istruzione e del Merito – Prevenzione e contrasto del bullismo e del cyberbullismo nelle istituzioni scolastiche

Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Politiche della famiglia, 114 Emergenza Infanzia

UNICEF – Cyberbullying: What is it and how to stop it

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Cyberbullismo quando la violenza passa attraverso uno schermo

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