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#cultura

La Val Gardena e l’arte contemporanea, appunti dalla biennale Gherdeina 10

Qualche pensiero sparso di quello che mi ha colpito (e che mi ricordo😀).
Quest’anno ho visitato per la prima volta la Biennale Gherdeina, è sparsa in

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Qualche pensiero sparso di quello che mi ha colpito (e che mi ricordo😀).
Quest’anno ho visitato per la prima volta la Biennale Gherdeina, è sparsa in diversi luoghi, noi siamo partiti da Ortisei. Un “giardino futuro”, come lo chiama la Biennale, ma non un giardino da cartolina. Piuttosto un luogo dove le cose crescono e si intersecano con tante, tantissime interpretazioni visive e filosofiche sul tema, in un modo non sempre chiaro, a volte un po' tirato per i capelli, ma è anche questo che mi piace dell'arte contemporanea.

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Ortisei, la parte principale
La prima parte della visita è stata tutta in paese, dove si concentrano molte delle opere più rappresentative.
Qui c'erano due opere di un'artista che di solito mi piace molto, anche se spesso si ispira troppo agli anni ‘80: Giulia Cenci. Delle due quella all’Hotel Ladinia colpiva di più anche per l'ambientazione del vecchio ex hotel, una scultura composta da elementi scheletrici e vegetali, testa di cane e lupo.
Una bella stratificazione tra diversi piani collocato bene nell'ambiente. Anche l'altra opera era nello stile anatomico/vegetale, ma più simile a un fiore.
In comune hanno lo stile e l’ibridazione che crea tra organico e artificiale, presenze sospese e improvvise, alle volte un po' inquietanti.
Nella stessa sala anche le opere di Leonardo Bürgi Tenorio, tanti terrari che l'artista usa come micro‑mondi artificiali, controllati e ambigui, all'interno infatti, oltre alle piante, ci mette foto e souvenir, anche dalla Dolomiti, forse con un occhio postcoloniale raccontato dalle sue origini messicane.

Poi c'era Test Pit di Chanelle Adams: un quadrato di terra scavato in un giardino, tipo scavo archeologico improvvisato.
Uno dei concetti è la storia delle Dolomiti, ma c'è anche il tema del confine tra cura e controllo, ricerca e violenza sulla natura.

L’intervento di Sandra Knecht sempre qui: una grande figura di legno sospesa tra i palazzi, ispirata al folklore alpino e una corda da tirare per attivarla.
L'idea è quella di arte partecipativa, peccato che la corda fosse... in alto. Molto in alto. Abbiamo provato, allungato le braccia, fatto salti inutile e ridicoli, niente. Impossibile da raggiungere. Era comunque suggestiva da vedere, ma vederla in movimento sarebbe stata tutt'altra cosa.

Sempre all’Hotel Ladina c'erano anche le installazioni di Gregor e Leonora Prugger: padre e figlia che trasformano la vecchia reception in un piccolo paesaggio strano e inquietante, suggerendo che ogni sistema, che sia culturale, naturale o identitario, è instabile e in trasformazione, un po' come le comunità landine.

In un negozio sfitto, Gabriela Oberkofler costruisce un piccolo ecosistema molto curioso: piante salvate da vecchi campi, chiuse in vetro e illuminate da infrarossi, convivono con disegni che si espandono su muri e soffitto come reti vegetali. È presentato come un laboratorio-infermeria che parla di cura e perdita per un luogo fragile, dove memoria ed ecologia restano in bilico.

La salita a Pilat, la parte “leggera” (così dicevano)
Dopo Ortisei, abbiamo deciso di salire a Pilat.[i] La Biennale la descrive come una camminata “leggera”, mezz’ora.
Ecco: mai più crederò alle previsioni dei sentieri.
Ci abbiamo messo quasi due ore, con pause, fiatone, momenti di sconforto, e quella fase in cui inizi a pensare che forse la vera opera d’arte è tornare giù vivi.
Poi, quasi in cima, abbiamo sentito musica in lontananza.
E lì abbiamo deciso di resistere.
Essendo il mio compagno patito di elettronica e automatismi, quando siamo scesi è riuscito a scovare il sensore che al nostro passaggio ha fatto partire la musica in cima.
Lassù c'erano tre installazioni, la musica era una di queste.

Santa Cristina, ultima tappa
Qui la Biennale occupa sempre diversi spazi, il più interessante secondo me è una ex residenza per anziani, trasformata in spazio espositivo, le opere fotografiche in bianco e nero di Kelly Tissot sono inserite nelle stanze con ancora le vecchie cucine, erano stanze mini appartamenti con letto, cucina e mini bagno/doccia che danno un po' l'effetto spaesante tra documentazione e messa in scena.
Un po’ come l’Hotel Ladina a Ortisei: luoghi che portano ancora addosso la loro funzione precedente, e che proprio per questo diventano perfetti per parlare di identità e memoria locale, che credo sia molto importante.

Alla fine penso che più che da visitare, questa biennale, è da attraversare, tante opere si muovono in uno spazio di confine, sia concettuale che di ambientazione e a volte si mescolano.
Tra l'altro un luogo dove spesso la valle parla più delle opere perché comunica a un livello più primordiale, e, tutto sommato, anche se non abbiamo attivato l'opera con la corda, qualcosa si è attivato lo stesso.

#art #cultura #arte #artecontemporanea #val #contemporayart #bg10

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Val Gardena

Aggiunti 4 nuovi account molto attivi su mastodon all'interno della collection & starter pack cultura:

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Aggiunti 4 nuovi account molto attivi su mastodon all'interno della collection & starter pack cultura:

la collezione di account sulla Cultura è qui: https://mastodon.uno/collections/116821806842728650

e all'interno del più esteso starter pack sulla cultura trovate molti account mastodon interessanti: https://fedidevs.com/s/MTA2Ng/

Potete seguirci anche nel gruppo cultura su diggita: @cultura@diggita.com

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Palermo 1943, si proteggono i colonnati della Cattedrale dalle onde d'urto dei bombardamenti

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Palermo 1943, si proteggono i colonnati della Cattedrale dalle onde d'urto dei bombardamenti

Palermo 1943, si proteggono i colonnati della Cattedrale dalle onde d'urto dei bombardamenti

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Palermo 1943, si proteggono i colonnati della Cattedrale dalle onde d'urto dei bombardamenti

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scheda descrittiva del festival ‘di là dal fiume’ (a roma, dal 2018) – a cura di teatroinscatola ets

https://slowforward.net/2026/09/02/scheda-di-la

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scheda descrittiva del festival ‘di là dal fiume’ (a roma, dal 2018) – a cura di teatroinscatola ets

https://slowforward.net/2026/09/02/scheda-di-la-dal-fiume-a-c-teatroinscatola/

#di-là-dal-fiume

#musica #festival #cultura #arte #diladalfiume #teatroinscatola #scritture

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Gli agrumi siciliani venivano esportati in tutto il mondo, i maggiori paesi importatori, dalla seconda metà dell’Ottocento, erano Inghilterra, Stati U

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Gli agrumi siciliani venivano esportati in tutto il mondo, i maggiori paesi importatori, dalla seconda metà dell’Ottocento, erano Inghilterra, Stati Uniti, Germania.

Il mercato siciliano era molto importante, la Sloman di Amburgo, una società di navigazione, ogni cinque giorni mandava una sua nave a Palermo per caricare da diecimila a ventimila casse da 300-600 frutti ognuna che servivano solo per Amburgo e Brema.

Ma settimanalmente partivano navi stracolme per Londra, Copenhagen, New York e altri porti inglesi e canadesi. Ogni cassa, ai quattro lati, aveva i “pizzi”, cioè carte veline illustrate coi bordi merlettati, e talvolta anche le “frinze”, cioè striscie di carta colorata. Aperta la cassa, appariva subito la “fodera”, un foglio di carta velina col marchio dell’esportatore che ricopriva interamente la prima fila di limoni, arance, mandarini, etc.

Tutte queste variopinte decorazioni servivano a impreziosire il prodotto, a farne una cosa quasi da regalo, a renderlo più attraente quando veniva battuto all’asta nei mercati.

Il commercio degli agrumi a Palermo nei primi del 900' Il commercio degli agrumi a Palermo nei primi del 900'

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Mata e Grifone, la leggenda che racconta la città di Messina

Tra le strade e le piazze di Messina, la storia si intreccia da secoli con il mito, dand

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Mata e Grifone, la leggenda che racconta la città di Messina

Tra le strade e le piazze di Messina, la storia si intreccia da secoli con il mito, dando vita a una delle tradizioni popolari più affascinanti della Sicilia: Mata e Grifone.

Le due gigantesche figure, protagoniste indiscusse della festa dell’Assunta, ogni agosto tornano a sfilare per le vie della città, accompagnate da musica, colori e dalla curiosità di grandi e piccoli.

Le origini di Mata e Grifone, affondano in un racconto leggendario che, nel corso dei secoli, si è intrecciato con la storia, la cultura e le trasformazioni della città.

Ancora oggi, durante le celebrazioni dell'agosto messinese, i due giganti percorrono le strade della città, ricordando una tradizione antica, capace di rinnovarsi senza perdere il legame con il passato.

https://web.palermo.nohost.me/write/leggi.php?page=messina-e-la-leggenda-siciliana-di-mata-e-grifone-0bf935

La leggenda di Mata e Grifone a Messina

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Colorati, ricchi di dettagli e capaci di raccontare storie antiche, i carretti siciliani sono molto più di un semplice mezzo di trasporto del passato:

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Colorati, ricchi di dettagli e capaci di raccontare storie antiche, i carretti siciliani sono molto più di un semplice mezzo di trasporto del passato: sono vere e proprie opere d’arte su ruote.

Simbolo inconfondibile della Sicilia, rappresentano la creatività, la tradizione e l’identità di un popolo che, attraverso colori vivaci e scene dipinte a mano, ha trasformato un oggetto della vita quotidiana in un patrimonio culturale conosciuto in tutto il mondo.

Ogni dettaglio, ogni decorazione e ogni scena dipinta, custodiscono un pezzo di cultura e memoria popolare siciliana.

https://web.palermo.nohost.me/articles/view2.php?id=1787392322&share=1

Tipico carretto siciliano

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Io non sono proprietà di nessunohttps://web.palermo.nohost.me/write/view.php?file=Io+non+sono+proprieta+di+nessuno.md&v=1785764710017

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Io non sono proprietà di nessunohttps://web.palermo.nohost.me/write/view.php?file=Io+non+sono+proprieta+di+nessuno.md&v=1785764710017

Franca Viola

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il silenzio "assordante" del coprifuoco del '43, un ossimoro che ricorda, a quelli che un tempo furono i "picciriddi" del quartiere Kals

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il silenzio "assordante" del coprifuoco del '43, un ossimoro che ricorda, a quelli che un tempo furono i "picciriddi" del quartiere Kalsa di Palermo, la storia della Lupa.

Quando il sole calava a picco dietro Palazzo Abatellis e le campane della Gancia smettevano di suonare, nei cortili della Kalsa calava un silenzio pesante, rotto solo da un sussurro che gelava il sangue: "Si sta fora, arriva a Lupa!" (se esci arriva la Lupa).

Non era una semplice monito, era l'eco di una Palermo ferita, dove tra le macerie ancora fumanti dei bombardamenti del '43, la paura prendeva forma e si trasformava in leggenda.

Le mamme e le nonne, parlando ai picciriddi della Lupa, lo facevano a voce bassa, quasi temessero di evocarla davvero: una donna-lupo nera come l'inchiostro, avvolta in un mantello logoro che frusciava nell'oscurità come ali di corvo.

Aveva occhi rossi che brillavano tra i vicoli, artigli affilati pronti ad afferrare e portare via i bambini discoli che osavano sgattaiolare fuori dopo il coprifuoco.

Bastava il suo nome, pronunciato sulla soglia di casa, e le strade si svuotavano all'istante.

Ma chi è cresciuto in quei cortili, col tempo capì qual era la verità: la Lupa non aveva artigli, aveva il volto della fame, dei crolli improvvisi tra le case sventrate dai bombardamenti, dei ladri che si nascondevano nelle ombre del dopoguerra.

Oggi, quella stessa ombra nera non fa più paura: è diventata la guardiana silente di un quartiere che, proprio come lei, ha imparato a sopravvivere a tutto.

https://web.palermo.nohost.me/write/leggi.php?page=la-lupa-della-kalsa-ombra-nel-cuore-antico-di-palermo-29422b

I picciriddi del quartiere Kalsa di Palermo

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Palermo e il mistero della suora fantasma al Capo“A Maronna a Miccè” non è soltanto il nome con cui i palermitani chiamano la Madonna della Mercede. È

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Palermo e il mistero della suora fantasma al Capo“A Maronna a Miccè” non è soltanto il nome con cui i palermitani chiamano la Madonna della Mercede. È una presenza profondamente radicata nella memoria del mercato del Capo, una devozione che attraversa generazioni e che, ancora oggi, riempie le strade del quartiere durante i giorni della festa. Un'antica espressione poetica popolare racconta questa atmosfera con parole semplici e potentissime: “Nun c'è na strata chi nun è adurnata / di luci, panni, ciuri ed alligria”. Non c'è strada che non sia ornata di luci, drappi, fiori e allegria. È questa la Palermo della festa: rumorosa, colorata, devota, popolare. Ed è proprio questa immagine di vita e di devozione a rendere ancora più suggestivo il contrasto con ciò che accade quando, di notte, il mercato si svuota e il campanile torna a essere soltanto un'ombra contro il cielo. È proprio lì che, nel marzo del 2013, cominciò una delle storie più curiose della Palermo contemporanea, la suora affacciata dalla finestra del campanile della chiesa.

All'inizio fu soltanto una sagoma, qualcuno, guardando verso il campanile, si accorse di una forma che sembrava avere sembianze umane, una donna, una figura di piccola statura, apparentemente vestita da religiosa, un fantasma immobile dietro una delle aperture della torre.

https://web.palermo.nohost.me/write/leggi.php?page=palermo-e-il-mistero-della-suora-fantasma-al-capo-abdb6f

Apparizione della suora fantasma sul campanile della Chiesa della Maria SS della Mercede nel rione Capo di Palermo

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Alicudi e le donne volanti, una leggenda tra magia e realtà

L'isola di Alicudi nasconde un segreto che il tempo non è riuscito a cancellare.

Si rac

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Alicudi e le donne volanti, una leggenda tra magia e realtà

L'isola di Alicudi nasconde un segreto che il tempo non è riuscito a cancellare.

Si racconta che, nelle notti più buie, l'isola si popolasse di presenze misteriose: le mahare, donne volanti capaci di organizzare banchetti segreti sulla spiaggia, in un equilibrio precario tra magia e allucinazioni collettive.

https://web.palermo.nohost.me/write/leggi.php?page=alicudi-e-le-donne-volanti-una-leggenda-tra-magia-e-realt-9d6909

Raffigurazione delle streghe volanti dell'isola di Alicudi

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