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SQL Server su VM Azure: la migrazione via Azure Arc è ora GA, ecco come funziona

Chi gestisce ambienti SQL Server on-premises conosce bene il problema: la migrazione verso il cloud richiede quasi sempre di mettere insieme tool dive

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Chi gestisce ambienti SQL Server on-premises conosce bene il problema: la migrazione verso il cloud richiede quasi sempre di mettere insieme tool diversi per la valutazione, il trasferimento dei dati, il monitoraggio e infine il cutover. Ogni fase ha strumenti propri, competenze diverse e margini di errore che si sommano. Con l’annuncio della disponibilità generale (GA) della migrazione a SQL Server su macchine virtuali Azure tramite Azure Arc, Microsoft porta l’intero ciclo di vita della migrazione dentro un’unica esperienza guidata nel portale Azure, lo stesso modello già usato per le migrazioni verso Azure SQL Managed Instance.

Per chi amministra data center misti, con carichi legacy e SQL Server sparsi su fisico e virtuale, questa novità merita attenzione: non è solo un annuncio di marketing, ma un cambio concreto di flusso di lavoro operativo.

Cos’è cambiato con la GAFino a poco tempo fa, chi voleva spostare un’istanza SQL Server su una VM Azure doveva combinare Azure Migrate, Database Migration Service e strumenti di backup/restore manuali, gestendo ciascuno con logiche e dashboard separate. Con la funzionalità di migrazione integrata in Azure Arc, il processo si consolida in quattro fasi accessibili da un singolo pannello, il Database Migration, associato all’istanza SQL Server abilitata da Arc:

Assess source instance — valutazione di leggibilità e readiness dell’istanza sorgente

Select target — scelta o creazione della VM SQL Server di destinazione

Migrate data — trasferimento effettivo dei database

Monitor and cutover — monitoraggio della sincronizzazione e passaggio finale in produzione

La discovery delle istanze e la generazione dei report di readiness avvengono automaticamente ogni fine settimana, ma possono essere lanciate anche manualmente, senza configurazioni aggiuntive: la funzione è disponibile di default per tutte le istanze SQL Server abilitate da Arc a partire da SQL Server 2012 (11.x).

Copilot integrato nel flusso di migrazioneUna parte interessante della nuova esperienza è l’integrazione di Microsoft Copilot direttamente nel pannello di migrazione. Non si tratta di un chatbot generico: interroga la knowledge base Microsoft nel contesto specifico della vostra migrazione e risponde a richieste operative come:

Come vengono eseguite le valutazioni?
Aiutami a confrontare le opzioni di destinazione
Avvia la migrazione
Aiutami a scegliere il metodo di migrazione corretto
Monitora la migrazione in corso
Completa la migrazionePer un DBA che gestisce decine di istanze, questo significa poter chiedere direttamente nel pannello “quale VM SKU è consigliata per questo carico?” invece di andare a cercare tabelle di sizing nella documentazione.

Come funziona la migrazione via backup e restoreIl meccanismo sotto il cofano non è nuovo per chi ha familiarità con le migrazioni SQL Server classiche: si basa su backup e restore con log shipping continuo, pensato per supportare scenari di migrazione online con downtime minimo.

Viene eseguito un backup completo del database sorgente

Il backup viene caricato su un account di Azure Blob Storage intermedio

Il backup viene ripristinato sull’istanza SQL Server target sulla VM Azure

I backup dei log delle transazioni vengono caricati in continuo sullo stesso storage e applicati automaticamente al database target, mantenendolo sincronizzato

Al momento del cutover, Azure Arc applica l’ultimo backup caricato e porta online il database target

Un vincolo operativo da tenere a mente in fase di progettazione: l’account di Azure Blob Storage e la VM SQL Server target devono trovarsi nella stessa region Azure. È un dettaglio facile da trascurare se si pianifica la migrazione partendo dalla region “storica” dell’organizzazione invece che da quella scelta per il nuovo carico.

Prerequisiti praticiUna subscription Azure attiva

L’istanza SQL Server deve essere abilitata da Azure Arc con l’estensione più recente installata (l’estensione si aggiorna indipendentemente da SQL Server, quindi va controllata separatamente)

L’ambiente sorgente preparato secondo le linee guida ufficiali, incluso l’upload iniziale dei backup nello storage account

Per verificare rapidamente la versione dell’istanza sorgente prima di avviare l’assessment, un semplice controllo T-SQL è sempre un buon punto di partenza:

SELECT SERVERPROPERTY('ProductVersion') AS Versione,
SERVERPROPERTY('Edition') AS Edizione,
SERVERPROPERTY('EngineEdition') AS TipoMotore;Cosa considerare prima di partireIl pannello di monitoraggio e cutover mostra in tempo reale quali database sono migrati con successo, quali sono ancora in corso, il metodo di migrazione scelto, la durata della sincronizzazione e i log dettagliati. Quando lo stato passa a “Ready for cutover”, si può decidere il momento esatto del passaggio in produzione selezionando Cutover, con opzioni diverse in base al metodo di migrazione utilizzato.

Va detto che, come per ogni migrazione basata su backup/restore, restano da valutare a parte gli aspetti di sizing della VM di destinazione (storage, IOPS, memoria per il buffer pool), la licenza SQL Server (Hybrid Benefit se applicabile) e la strategia di alta disponibilità post-migrazione, che questo strumento non copre direttamente ma per cui l’assessment fornisce indicazioni.

ConclusionePortare discovery, assessment, migrazione e monitoraggio in un’unica dashboard riduce sensibilmente l’attrito operativo delle migrazioni SQL Server verso Azure, soprattutto per i team che gestiscono ambienti ibridi complessi con decine o centinaia di istanze. Non elimina la necessità di pianificazione — region, sizing e licensing restano decisioni da prendere a monte — ma consolida in un solo posto ciò che prima richiedeva più tool scollegati tra loro. Per chi ha già istanze abilitate da Azure Arc, vale la pena aggiornare l’estensione e lanciare un primo assessment anche solo per farsi un’idea della readiness del proprio parco macchine.

Fonte: Petri IT Knowledgebase e documentazione Microsoft Learn.

#microsoft #devops #guide #azure #azuresql #azurearc #sql #sysadmin

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HollowByte: come 11 byte possono esaurire la memoria dei server OpenSSL

Ogni tanto una vulnerabilità ricorda quanto la nostra infrastruttura digitale dipenda da librerie fondamentali che diamo per scontate. È il caso di Ho

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Ogni tanto una vulnerabilità ricorda quanto la nostra infrastruttura digitale dipenda da librerie fondamentali che diamo per scontate. È il caso di HollowByte, una falla di tipo Denial of Service scoperta dal team di ricerca di Okta in OpenSSL: con un payload malevolo di appena 11 byte, un attaccante remoto e non autenticato può costringere un server ad allocare quantità di memoria completamente sproporzionate, prima ancora che l’handshake di sicurezza abbia inizio.

Per chi gestisce server web, database o qualsiasi servizio che parla TLS — quindi, in pratica, quasi tutti i sistemisti — vale la pena capire come funziona e, soprattutto, cosa fare subito.

Fidarsi ciecamente dell’headerL’handshake TLS comincia con un messaggio ClientHello incapsulato in un record. Ogni messaggio di handshake porta un header di 4 byte che dichiara quanto sarà grande il corpo del messaggio in arrivo.

Nelle versioni vulnerabili di OpenSSL, il buffer di ricezione viene allocato sulla base di quella lunghezza dichiarata dall’attaccante, prima ancora che i dati siano effettivamente arrivati. La catena di chiamate è semplice quanto pericolosa:

Lettura header (4 byte)
→ grow_init_buf()
→ OPENSSL_clear_realloc()
→ malloc(dimensione_dichiarata_dall_attaccante)Poiché a questo stadio non esiste alcuna validazione del payload, un header che dichiara una lunghezza di 3 byte può far allocare fino a 131 KB basandosi solo sulla dichiarazione del pacchetto, che nessuno verifica. Il worker thread resta poi bloccato ad attendere dati che non arriveranno mai.

L’effetto moltiplicatore: la frammentazione della memoriaTenere connessioni aperte per esaurire i thread è un trucco vecchio quanto Slowloris. Quello che rende HollowByte più insidioso è l’interazione con la gestione della memoria di glibc (GNU C Library).

Quando una connessione dell’attaccante si chiude, OpenSSL libera il buffer — ma glibc non restituisce immediatamente al sistema operativo le allocazioni di dimensione piccola o media: le trattiene per un possibile riutilizzo. Lanciando ondate di connessioni con dimensioni dichiarate casuali, un attaccante impedisce all’allocatore di riutilizzare in modo efficiente quei blocchi liberati. L’heap si frammenta pesantemente e la Resident Set Size (RSS) del processo cresce in modo continuo.

Il punto critico è questo: anche dopo che l’attaccante si è disconnesso, il processo resta con un footprint di memoria permanentemente gonfiato. L’unico modo per recuperarla davvero è riavviare il servizio.

I numeri dei testIl team di Okta ha testato istanze OpenSSL patchate e non patchate dietro NGINX, sotto diverse condizioni di carico:

In un ambiente con 1 GB di RAM, il server non patchato è stato terminato dall’OOM killer dopo aver accumulato 547 MB di memoria frammentata e inutilizzabile

In un ambiente con 16 GB di RAM, l’attacco ha bloccato il 25% della memoria totale del sistema, restando sotto la soglia massima di connessioni consentite — il che significa che le classiche difese basate su rate limiting delle connessioni non fermano questo attacco

Dato che OpenSSL è incorporato ovunque, l’impatto potenziale copre web server (Apache, NGINX), runtime di linguaggi (Node.js, Python, Ruby, PHP) e database (MySQL, PostgreSQL) che si appoggiano alla libreria per TLS.

La correzione: crescita incrementale del bufferIl team OpenSSL ha risolto il problema passando a una crescita incrementale del buffer (merge delle pull request #30792, #30793 e #30794): invece di fidarsi della lunghezza dichiarata nell’header, il buffer cresce solo quando i byte arrivano effettivamente sulla connessione. Una dichiarazione senza seguito ora non costa più nulla al server.

Il fix è stato incluso silenziosamente nella release OpenSSL 4.0.1, con backport altrettanto silenziosi sulle versioni:

3.6.3
3.5.7
3.4.6
3.0.21Un dettaglio non trascurabile: OpenSSL ha trattato la correzione come un semplice hardening fix, senza assegnare un CVE ufficiale, nonostante la gravità dell’impatto. Questo significa che molti scanner di vulnerabilità basati solo su database CVE potrebbero non segnalare l’esposizione: va verificata manualmente la versione installata.

Cosa fare subitoAlcune azioni concrete da mettere in pratica sui vostri sistemi:

Verificate la versione di OpenSSL su tutti i server esposti:

openssl version -aAggiornate i pacchetti di sistema alla versione patchata più recente disponibile per la vostra distribuzione:

Debian/Ubuntu

apt update && apt list --upgradable | grep -i openssl
apt install --only-upgrade openssl libssl3

RHEL/Fedora/Alma

dnf check-update openssl
dnf update opensslNon fermatevi al pacchetto di sistema: controllate anche runtime e linguaggi che incorporano una propria build di OpenSSL (build statiche di Node.js, alcune distribuzioni Python, container con immagini “slim” che a volte portano versioni di OpenSSL più vecchie di quelle dell’host)

Monitorate la RSS dei processi che terminano connessioni TLS, non solo il numero di connessioni attive: un aumento di memoria residente senza corrispondente crescita del traffico è un segnale d’allarme

Irrigidite i timeout di handshake lato reverse proxy, ad esempio su NGINX:

ssl_handshake_timeout 10s;
client_header_timeout 10s;Valutate regole di rate limiting sulle nuove connessioni TLS per IP a livello di firewall o WAF, anche se — come mostrato dai test — da sole non bastano contro questa specifica tecnica

ConclusioneHollowByte è un buon esempio di come un bug apparentemente piccolo — la fiducia cieca in un header di pochi byte — possa diventare un vettore di Denial of Service difficile da rilevare con le metriche di monitoraggio standard, perché resta sotto le soglie di allarme sulla banda e sulle connessioni. La buona notizia è che la correzione è già disponibile e il percorso di mitigazione è chiaro: aggiornare OpenSSL su tutta la superficie esposta, non fidarsi solo dei database CVE per capire se si è vulnerabili, e aggiungere il monitoraggio della memoria residente ai controlli già in essere sui vostri servizi TLS.

Fonte: BleepingComputer e Okta Security.

#sicurezza #linux #tlsssl #sysadmin #ddos #openssl #vulnerabilità

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