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HOLLOWGRAPH: quando il calendario di Microsoft 365 diventa un canale C2 nascosto

Un malware che usa il calendario di Outlook come dead-dropA metà luglio 2026 il team di Threat Intelligence di Group-IB ha pubblicato un’analisi tecni

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Un malware che usa il calendario di Outlook come dead-dropA metà luglio 2026 il team di Threat Intelligence di Group-IB ha pubblicato un’analisi tecnica su HOLLOWGRAPH, un impianto malevolo che ribalta un’assunzione su cui molte architetture di sicurezza si basano ancora: se il traffico esce verso graph.microsoft.com con un token valido, allora è “legittimo”. HOLLOWGRAPH dimostra che non è più così, e lo fa in un modo che vale la pena capire in dettaglio anche per chi non si occupa di threat intelligence, perché le tecniche di evasione che usa (abuso di API cloud fidate, DNS tunneling, cifratura ibrida) sono ormai pattern ricorrenti e replicabili.

Il malware è attribuito con alta confidenza al framework di backdoor modulare Cavern, già collegato ad attività di cyberspionaggio riconducibili all’area di influenza iraniana (con sovrapposizioni tecniche, seppur a bassa confidenza, con il gruppo Lyceum). La campagna osservata ha colpito in modo mirato organizzazioni israeliane: 12 sistemi compromessi identificati, di cui solo 3 attivamente in comunicazione con l’attaccante al momento dell’analisi — un profilo operativo selettivo, non opportunistico.

Il calendario come canale C2 bidirezionaleL’idea centrale di HOLLOWGRAPH è semplice da spiegare e proprio per questo efficace: invece di contattare un server C2 sotto il controllo dell’attaccante, il malware autentica una mailbox Microsoft 365 compromessa tramite Microsoft Graph API e usa il calendario di quella mailbox come dead-drop bidirezionale.

Il malware supporta solo due comandi:

get — cerca eventi del calendario con oggetto Event ID: <taskID>, programmati per il 13 maggio 2050 (una data lontana nel futuro, scelta per non comparire mai nella vista “prossimi eventi” del proprietario della mailbox), scarica gli allegati e li decifra con la chiave privata RSA incorporata nel binario.

send — cifra i dati da esfiltrare, crea un nuovo evento con la stessa data fittizia, carica i dati come allegati File{n}.txt e rinomina l’oggetto dell’evento con un tag riconoscibile dall’operatore (schema Boss{..}ID{..}).

Le chiamate Graph coinvolte sono quelle che qualunque applicazione legittima con permessi calendario userebbe normalmente:

GET /users/{mailbox}/calendarView
?startDateTime=2050-05-13T22:00:00
&endDateTime=2050-05-13T23:00:00
&$filter=contains(subject,'Event ID: ')

POST /users/{mailbox}/calendar/events
POST /users/{mailbox}/events/{event-id}/attachments
PATCH /users/{mailbox}/events/{event-id}Non c’è nulla in queste richieste che le distingua sintatticamente da un utente che crea un invito a una riunione. È questo il punto: il traffico malevolo non anomalizza il protocollo, sfrutta la fiducia implicita che i controlli di rete perimetrali attribuiscono al dominio graph.microsoft.com.

Cifratura ibrida e rinnovo credenziali via DNS tunnelingOgni payload scambiato tramite il calendario è protetto con uno schema ibrido RSA-OAEP + AES-256-GCM, con due coppie di chiavi RSA distinte per le due direzioni (tasking in ingresso ed esfiltrazione in uscita), così che comandi e dati rubati restino crittograficamente indipendenti l’uno dall’altro anche in caso di compromissione parziale.

Il secondo canale, separato, serve a rinnovare le credenziali Microsoft Entra ID (tenant ID, client ID, client secret, indirizzo della mailbox) necessarie per autenticarsi a Graph. Qui HOLLOWGRAPH usa DNS tunneling su record AAAA verso un dominio controllato dall’attaccante (cloudlanecdn[.]com):

LENGTH query: {random}.{taskID}.{fieldIndex}.p.cloudlanecdn.com
DATA query: {random}.{taskID}.{fieldIndex}.{offset}.q.cloudlanecdn.comOgni risposta IPv6 restituita (16 byte) trasporta 14 byte di payload utile; il client ricompone i frammenti, li decodifica come UTF-8 e aggiorna un file di configurazione locale (logAzure.txt) mascherato da comune file di log. L’uso di IPv6/AAAA anziché dei più monitorati record TXT o A è una scelta non casuale: molte pipeline di DNS analytics sono ancora tarate prevalentemente su IPv4.

Perché elude i controlli tradizionaliTre fattori rendono HOLLOWGRAPH difficile da individuare con gli strumenti perimetrali classici:

Il traffico C2 viaggia interamente su infrastruttura Microsoft fidata (Graph API), quindi non compare in nessuna blocklist di reputazione IP o dominio.

Non c’è mai una connessione diretta a un server dell’attaccante per il tasking o l’esfiltrazione: solo il canale di rinnovo credenziali tocca un dominio esterno, e lo fa via DNS, spesso meno ispezionato del traffico HTTPS.

Gli eventi di calendario datati 2050 sono progettati per restare invisibili all’utente reale della mailbox, che normalmente non scorre trent’anni avanti nel proprio calendario.

Cosa può fare concretamente un team di sicurezzaLe raccomandazioni di Group-IB si traducono in azioni piuttosto precise per chi gestisce ambienti Microsoft 365 / Entra ID:

Caccia agli indicatori noti. Bloccare o mettere in allerta su richieste verso cloudlanecdn[.]com e cercare sugli endpoint il file logAzure.txt.

Monitoraggio Graph API e audit di calendario. Con Microsoft Sentinel o Defender Advanced Hunting è possibile costruire una query che cerchi eventi di calendario creati da un’applicazione (non da un utente interattivo) con oggetto sospetto o data anomala:

CloudAppEvents
| where Application == "Microsoft Exchange Online"
| where ActionType in ("New item created.", "New-CalendarItem")
| extend AppId = tostring(RawEventData.ClientAppId)
| where isnotempty(AppId)
| extend Subject = tostring(RawEventData.ItemSubject)
| where Subject matches regex @"Event ID: |Boss{.}ID{.}"
| project Timestamp, AccountDisplayName, AppId, Subject, RawEventDataRilevamento di DNS tunneling. Una query di partenza per individuare volumi anomali di query AAAA verso lo stesso dominio, con sottodomini ad alta entropia:

DnsEvents
| where QueryType == "AAAA"
| extend RootDomain = strcat(split(Name, ".")[-2], ".", split(Name, ".")[-1])
| summarize QueryCount = count(), DistinctSubdomains = dcount(Name) by Computer, RootDomain
| where QueryCount > 200 and DistinctSubdomains > 100
| order by QueryCount descIrrigidire l’identità cloud. Applicare Conditional Access con restrizioni sulle app registrate che usano client-credentials flow, generare alert sulla creazione di nuovi client secret e ruotare periodicamente le credenziali applicative — HOLLOWGRAPH dipende interamente da un set di credenziali Entra ID statiche incorporate nel binario: se quelle credenziali vengono revocate o ruotate, il canale Graph smette di funzionare finché l’attaccante non le rinnova via DNS tunneling, un’operazione che a sua volta genera telemetria rilevabile.

ConclusioneHOLLOWGRAPH non introduce tecniche crittografiche nuove né exploit in Microsoft Graph: il suo valore per l’attaccante sta tutto nel mimetismo. Per i team che gestiscono tenant Microsoft 365, il takeaway pratico non è “bloccare Graph API” — impossibile in qualunque organizzazione moderna — ma spostare parte della detection dal perimetro di rete alla telemetria applicativa: audit log di Exchange Online, anomalie nei permessi delle app registrate, e DNS analytics capace di guardare oltre i soliti record A/TXT. È un promemoria che vale la pena avere in mente ogni volta che si progetta un controllo di sicurezza basato solo sulla reputazione del dominio di destinazione.

Fonte: Group-IB Threat Intelligence, “HOLLOWGRAPH: Turning Microsoft 365 Calendars into Covert Command-and-Control Channels” e Petri IT Knowledgebase.

#sicurezza #microsoft #malware #microsoft365 #entra

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Identità ibrida come debito tecnico: la strada pratica verso Entra ID cloud-only

Se la vostra organizzazione ha già spostato la maggior parte dei carichi rivolti agli utenti su Microsoft 365, Intune e Microsoft Entra ID, è lecito c

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Se la vostra organizzazione ha già spostato la maggior parte dei carichi rivolti agli utenti su Microsoft 365, Intune e Microsoft Entra ID, è lecito chiedersi perché esista ancora un Domain Controller che gira in produzione. La risposta più comune è “così abbiamo sempre fatto”, ed è esattamente la definizione di debito tecnico: un’infrastruttura che continua a costare in manutenzione, superficie di attacco e complessità operativa senza generare più un valore proporzionato. L’identità ibrida, con Entra Connect che sincronizza un Active Directory locale verso il cloud, è diventata per molte aziende proprio questo tipo di debito.

Non si tratta di demonizzare l’ibrido: per organizzazioni con applicazioni legacy pesantemente dipendenti da NTLM, LDAP o Kerberos, mantenere un ponte con l’on-premise è spesso l’unica scelta razionale. Il punto è che la decisione va presa consapevolmente, dopo un inventario reale delle dipendenze, e non per inerzia.

Perché il cloud-only conviene, quando è applicabilePer un’organizzazione che gira già prevalentemente su Entra ID, Microsoft 365 e client Windows moderni, il modello cloud-only centralizza la gestione IT e accelera l’accesso a nuove funzionalità di sicurezza che spesso arrivano prima, o esclusivamente, sui tenant che non dipendono più da sincronizzazione ibrida. I vantaggi concreti che spingono in questa direzione sono quattro:

Riduzione del carico operativo: patching, alta disponibilità e scalabilità dei Domain Controller passano al provider cloud.

Postura di sicurezza migliore: funzionalità come Conditional Access granulare, Identity Protection e governance degli accessi privilegiati sono nativamente più semplici da applicare senza il vincolo di compatibilità con AD locale.

Costi più prevedibili: si eliminano hardware ridondante, licenze Windows Server per i DC e il tempo ingegneristico dedicato a mantenerli in salute.

Velocità di adozione: nuove capacità (passkey, agenti AI con identità propria, automazioni Conditional Access) arrivano più rapidamente su tenant che non devono conciliarsi con un’infrastruttura ibrida.

L’errore più comune: migrare l’infrastruttura prima di validare le dipendenzeIl fallimento tipico di un progetto cloud-only non è tecnico, è di sequenza: i team iniziano a spegnere server e migrare workload prima di aver mappato davvero cosa dipende ancora da Active Directory. Un approccio più solido segue queste fasi.

  1. Mappare i carichi di lavoro che bloccano il cloud-onlyPartite da un audit completo di infrastruttura, applicazioni, dati e dipendenze. Non fermatevi alla lista delle VM: cercate esplicitamente le dipendenze che raramente compaiono nei piani di migrazione di alto livello, perché sono quelle che tengono in vita Entra Connect molto più a lungo del necessario:

Applicazioni che richiedono ancora query LDAP dirette

Service account legacy non documentati

Applicazioni con autenticazione NTLM hard-coded

Impostazioni di Group Policy che nessuno ha mai rivisto

Servizi certificati (ADCS) che presuppongono un Domain Controller sempre raggiungibile

  1. Definire l’architettura cloud che volete davvero gestireStabilite obiettivi chiari su performance, disponibilità, sicurezza e compliance prima di scegliere gli strumenti. Decidete se una strategia single-cloud o multi-cloud è coerente con la vostra tolleranza al rischio e con le competenze del team, non solo con il marketing del vendor.

  2. Modernizzare l’identità prima di spegnere Active DirectoryQui sta il cuore del progetto. Rivedere la strategia IAM significa garantire autenticazione robusta, accesso a privilegio minimo e protezione dell’identità sfruttando gli strumenti nativi di Entra ID per unificare la gestione utenti su tutti i servizi, invece di replicare in cloud le stesse logiche pensate per un dominio locale.

  3. Ridisegnare la connettività attorno all’accesso cloud, non al data centerMolte architetture di rete sono ancora progettate assumendo che il traffico debba passare da un data center centrale. Un modello cloud-only ribalta la logica: la connettività va progettata per l’accesso diretto ai servizi cloud, sfruttando le backbone dei provider e i servizi di sicurezza integrati, sia per utenti in ufficio sia da remoto.

  4. Trattare le applicazioni legacy come il vero collo di bottigliaFile share, servizi di stampa, applicazioni gestionali interne e integrazioni con piattaforme di terze parti datate sono i blocchi reali dei progetti cloud-only, molto più della migrazione di VM o storage. Un’applicazione finance che si aspetta autenticazione Windows integrata, un sistema di magazzino che dipende da query LDAP o una file share con permessi ereditati da anni possono rallentare il progetto più di qualunque altro fattore. Per ciascuna, valutate lift-and-shift, refactoring o riscrittura in base a complessità e valore strategico.

  5. Ricostruire la governance per un modello operativo cloud-firstAggiornate le policy per riflettere una postura cloud-first, automatizzate il reporting di compliance e sfruttate strumenti di sicurezza nativi cloud per cifratura, rilevamento minacce e incident response, invece di adattare policy pensate per l’on-premise.

  6. Preparare il team IT al cambio operativoInvestite nella formazione sulle competenze cloud-specifiche, comunicate i cambiamenti con chiarezza e create canali di supporto e feedback per intercettare problemi prima che diventino bloccanti.

Cosa si rompe per primo in una migrazione cloud-onlyAnche con una pianificazione accurata, alcuni punti critici emergono quasi sempre:

Dipendenze nascoste da Active Directory: connessioni LDAP hard-coded, service account non gestiti, applicazioni dipendenti da NTLM o flussi di autenticazione mai documentati. Vanno inventariati prima di ritirare i Domain Controller o disattivare la sincronizzazione.

Blocchi operativi da Conditional Access e MFA: l’enforcement di Conditional Access e multi-factor authentication migliora la sicurezza, ma una sequenza sbagliata può bloccare fuori gli amministratori o interrompere l’accesso a servizi critici. Testate sempre account di emergenza, opzioni di rollback e flussi di accesso privilegiato prima di un enforcement ampio.

Resistenza culturale: il cambiamento comporta rischio percepito; serve chiarezza sui benefici e sui nuovi ruoli per ridurre lo scetticismo dei team.

Interruzioni di servizio: pianificate la migrazione a fasi, con pilot e backup, per minimizzare l’impatto sul business.

Il test pratico per capire quanto siete lontani dal cloud-onlySe la vostra organizzazione ha già adottato Microsoft 365, Intune ed Entra ID per la maggior parte dei carichi rivolti agli utenti, l’identità ibrida va trattata come debito tecnico, a meno che non abbiate una ragione precisa e documentata per mantenerla. Prima di pianificare una migrazione cloud-only, identificate ogni dipendenza residua da Active Directory: se la maggior parte supporta già l’autenticazione moderna, probabilmente siete più vicini al cloud-only di quanto pensiate.

Per i sistemisti che gestiscono ambienti Microsoft, il consiglio pratico è iniziare da un inventario mirato: interrogate Entra Connect per capire quali oggetti sincronizzati sono ancora effettivamente in uso, verificate quali applicazioni autenticano ancora tramite Kerberos/NTLM controllando i log di sicurezza dei Domain Controller, e mappate le Group Policy applicate per capire quali impostazioni di sicurezza andranno ricreate tramite Intune prima di spegnere l’ultimo controller di dominio.

ConclusioneLa migrazione a cloud-only non è un progetto infrastrutturale, è un progetto di identità. Le organizzazioni che falliscono di solito partono dal lato sbagliato del problema, migrando VM e storage prima di aver capito cosa dipende ancora da un dominio Active Directory che nessuno ha mai documentato del tutto. Chi parte invece dall’inventario delle dipendenze di identità, tratta l’ibrido come uno stato temporaneo e non come un’architettura permanente, arriva a un ambiente più semplice da gestire, più sicuro per costruzione e meno costoso da mantenere nel tempo.

Fonte: Why Hybrid Identity Becomes Technical Debt and How to Move to Cloud-Only, Petri IT Knowledgebase (Dean Ellerby).

#microsoft #windows #entra #azure #cloud

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SQL Server su VM Azure: la migrazione via Azure Arc è ora GA, ecco come funziona

Chi gestisce ambienti SQL Server on-premises conosce bene il problema: la migrazione verso il cloud richiede quasi sempre di mettere insieme tool dive

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Chi gestisce ambienti SQL Server on-premises conosce bene il problema: la migrazione verso il cloud richiede quasi sempre di mettere insieme tool diversi per la valutazione, il trasferimento dei dati, il monitoraggio e infine il cutover. Ogni fase ha strumenti propri, competenze diverse e margini di errore che si sommano. Con l’annuncio della disponibilità generale (GA) della migrazione a SQL Server su macchine virtuali Azure tramite Azure Arc, Microsoft porta l’intero ciclo di vita della migrazione dentro un’unica esperienza guidata nel portale Azure, lo stesso modello già usato per le migrazioni verso Azure SQL Managed Instance.

Per chi amministra data center misti, con carichi legacy e SQL Server sparsi su fisico e virtuale, questa novità merita attenzione: non è solo un annuncio di marketing, ma un cambio concreto di flusso di lavoro operativo.

Cos’è cambiato con la GAFino a poco tempo fa, chi voleva spostare un’istanza SQL Server su una VM Azure doveva combinare Azure Migrate, Database Migration Service e strumenti di backup/restore manuali, gestendo ciascuno con logiche e dashboard separate. Con la funzionalità di migrazione integrata in Azure Arc, il processo si consolida in quattro fasi accessibili da un singolo pannello, il Database Migration, associato all’istanza SQL Server abilitata da Arc:

Assess source instance — valutazione di leggibilità e readiness dell’istanza sorgente

Select target — scelta o creazione della VM SQL Server di destinazione

Migrate data — trasferimento effettivo dei database

Monitor and cutover — monitoraggio della sincronizzazione e passaggio finale in produzione

La discovery delle istanze e la generazione dei report di readiness avvengono automaticamente ogni fine settimana, ma possono essere lanciate anche manualmente, senza configurazioni aggiuntive: la funzione è disponibile di default per tutte le istanze SQL Server abilitate da Arc a partire da SQL Server 2012 (11.x).

Copilot integrato nel flusso di migrazioneUna parte interessante della nuova esperienza è l’integrazione di Microsoft Copilot direttamente nel pannello di migrazione. Non si tratta di un chatbot generico: interroga la knowledge base Microsoft nel contesto specifico della vostra migrazione e risponde a richieste operative come:

Come vengono eseguite le valutazioni?
Aiutami a confrontare le opzioni di destinazione
Avvia la migrazione
Aiutami a scegliere il metodo di migrazione corretto
Monitora la migrazione in corso
Completa la migrazionePer un DBA che gestisce decine di istanze, questo significa poter chiedere direttamente nel pannello “quale VM SKU è consigliata per questo carico?” invece di andare a cercare tabelle di sizing nella documentazione.

Come funziona la migrazione via backup e restoreIl meccanismo sotto il cofano non è nuovo per chi ha familiarità con le migrazioni SQL Server classiche: si basa su backup e restore con log shipping continuo, pensato per supportare scenari di migrazione online con downtime minimo.

Viene eseguito un backup completo del database sorgente

Il backup viene caricato su un account di Azure Blob Storage intermedio

Il backup viene ripristinato sull’istanza SQL Server target sulla VM Azure

I backup dei log delle transazioni vengono caricati in continuo sullo stesso storage e applicati automaticamente al database target, mantenendolo sincronizzato

Al momento del cutover, Azure Arc applica l’ultimo backup caricato e porta online il database target

Un vincolo operativo da tenere a mente in fase di progettazione: l’account di Azure Blob Storage e la VM SQL Server target devono trovarsi nella stessa region Azure. È un dettaglio facile da trascurare se si pianifica la migrazione partendo dalla region “storica” dell’organizzazione invece che da quella scelta per il nuovo carico.

Prerequisiti praticiUna subscription Azure attiva

L’istanza SQL Server deve essere abilitata da Azure Arc con l’estensione più recente installata (l’estensione si aggiorna indipendentemente da SQL Server, quindi va controllata separatamente)

L’ambiente sorgente preparato secondo le linee guida ufficiali, incluso l’upload iniziale dei backup nello storage account

Per verificare rapidamente la versione dell’istanza sorgente prima di avviare l’assessment, un semplice controllo T-SQL è sempre un buon punto di partenza:

SELECT SERVERPROPERTY('ProductVersion') AS Versione,
SERVERPROPERTY('Edition') AS Edizione,
SERVERPROPERTY('EngineEdition') AS TipoMotore;Cosa considerare prima di partireIl pannello di monitoraggio e cutover mostra in tempo reale quali database sono migrati con successo, quali sono ancora in corso, il metodo di migrazione scelto, la durata della sincronizzazione e i log dettagliati. Quando lo stato passa a “Ready for cutover”, si può decidere il momento esatto del passaggio in produzione selezionando Cutover, con opzioni diverse in base al metodo di migrazione utilizzato.

Va detto che, come per ogni migrazione basata su backup/restore, restano da valutare a parte gli aspetti di sizing della VM di destinazione (storage, IOPS, memoria per il buffer pool), la licenza SQL Server (Hybrid Benefit se applicabile) e la strategia di alta disponibilità post-migrazione, che questo strumento non copre direttamente ma per cui l’assessment fornisce indicazioni.

ConclusionePortare discovery, assessment, migrazione e monitoraggio in un’unica dashboard riduce sensibilmente l’attrito operativo delle migrazioni SQL Server verso Azure, soprattutto per i team che gestiscono ambienti ibridi complessi con decine o centinaia di istanze. Non elimina la necessità di pianificazione — region, sizing e licensing restano decisioni da prendere a monte — ma consolida in un solo posto ciò che prima richiedeva più tool scollegati tra loro. Per chi ha già istanze abilitate da Azure Arc, vale la pena aggiornare l’estensione e lanciare un primo assessment anche solo per farsi un’idea della readiness del proprio parco macchine.

Fonte: Petri IT Knowledgebase e documentazione Microsoft Learn.

#microsoft #devops #guide #azure #azuresql #azurearc #sql #sysadmin

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Alternative a Fogli Google

Vediamo insieme un po’ di alternative molto valide ed open source a Fogli Google e ovviamente anche a Excel del pacchett

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Alternative a Fogli Google

Vediamo insieme un po’ di alternative molto valide ed open source a Fogli Google e ovviamente anche a Excel del pacchetto Microsoft Office!

https://blog.lealternative.net/2022/05/04/alternative-a-fogli-google/

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